Post Single Page

Lasciamo a scuola le giustificazioni

Sara

In Editing Posted

Lo sappiamo tutti: quando si parla dei nostri romanzi, tendiamo a diventare un po’ infantili. Ci mettiamo talmente tanto affetto, tanta emotività, tanto sentimento nella scrittura, che poi è difficile ammettere di riconoscervi una mancanza. Lo so, non vi preoccupate; scrivo anch’io.

Quando però ci si affida a un editor, per pulire il testo e renderlo al meglio possibile, diventa bizzarro appigliarsi a strane giustificazioni pur di evitare una correzione. Ogni tanto mi sento una professoressa di fronte all’alunno che non ha fatto i compiti ma non vuole ammetterlo, e che si giustifica in modo ben poco credibile.

Ciò accade spesso, per esempio, quando si parla di prologo. Non so perché, ma il 90% degli autori alle prime armi sente l’esigenza di inserirne uno, anche e soprattutto se non è utile a nulla. Di solito consiste in un primo capitolo che però si vergogna di esser tale e dunque viene chiamato “prologo”. Meno di frequente, è proprio un insieme di informazioni elencate in stile lista della spesa. Comunque, immaginiamo che ci sia un prologo evidentemente problematico.

La domanda che pongo, a questo punto, è: autore, come mai lo hai inserito? Qual è il suo scopo e perché ti pare necessario? Le risposte, ahimé, sono sempre le stesse. O meglio, sono sempre diverse, ma provocano in me lo stesso smarrimento spirituale.

“Come mai hai inserito questo prologo? A che serve?”
“Eh, la mia storia è importante. Chiunque dovrebbe leggerla.”
“Sì, ma… dicevo, questo prologo che senso ha?”
“Il tema che ho affrontato mi ha spinto a ridimensionare le mie aspettative concernenti il problema del riscaldamento globale.”
“Va bene, però… il prologo… cioè, ti chiedevo del prologo.”
“Ma scusa, il protagonista ha un nome che viene dal greco antico e questo dimostra perfettamente ciò che intendo.”
“Certo, però non capisco il senso del prologo.”
“Ma questo romanzo è tratto da una storia vera.”

E così via, insomma. Mi spiego meglio: le risposte non c’entrano mai un tubo con il prologo e spaziano un pochino troppo, nel tentativo di giustificarne la presenza, nonostante (nel caso in cui davvero quel prologo non abbia un senso) non esista giustificazione alcuna.

Questo fenomeno mi ha spinto a coniare il nome di un’altra sindrome ricorrente (se vi interessa, ho già parlato di quella del “ma Camilleri lo fa” e di quella del “disse facendo”): la sindrome di “io una volta ho vomitato”.

Ne sono preda gli scrittori più insicuri, che nutrono sotto sotto un sentimento di sospetto nei confronti dell’editor e sono pronti a levare scudi contro ogni suggerimento. Se un autore parte con le risposte deliranti, capisco subito cosa sta succedendo. Chi scrive funziona così e ha bisogno di rassicurazioni. Come vi dicevo, lo so bene.

Voi sappiate, però, che non vi farò una nota sul registro e che, se non si è d’accordo con un’osservazione dell’editor, è meglio discuterne da bambini grandi. Il vostro prologo ha senso di esistere? Perfetto: argomentate e dimostratelo. Forza, con quegli scudi. Ma che siano solidi, miei prodi.

0 Comments

Leave a Comment