Il corpo dei ricordi

Daniela Montella coltiva la passione per il teatro, la poesia, la parola in generale, e si vede; lo stile che usa nel suo esordio è molto particolare. Senza orpelli linguistici, con un ritmo sempre incalzante pur essendo lieve, porta il lettore fino all’ultima pagina in quel che sembra un soffio. Ho scoperto questo libro per caso, incuriosita dalla bella copertina, e me ne sono innamorata.

Dopo una terribile guerra, l’umanità trova pace nel suo nuovo Manifesto; la paura e la devastazione spingono l’essere umano a identificare come fonte di tutti i mali una cosa soltanto: la morte. E allora, si dicono, cancellandola, questa morte, si arriverà alla gioia universale. Ci credono talmente tanto da bandire la fine della vita, nascondendone persino l’idea: le persone non sanno che prima o poi si muore, e trascorrono l’esistenza in un mondo inquietante e distopico in cui la gioia è obbligatoria.

Il Piano, il Manifesto, era la loro ultima speranza. Quando lo presentarono al mondo, e questo passò entusiasta dal gioco della guerra a quello dell’immortalità, seppero di aver fatto la scelta giusta.

Questa svolta, frutto di una sorta di equivoco in cui si intendeva il bene ma si è finiti nel male, è ricca di senso: Yolande, unica a ricordare cosa significhi morire per motivi che scopriremo man mano, si ritrova in un contesto surreale, piena di incertezze. La sua diversità, il suo chiedere se tutto ciò sia giusto, pone al lettore una domanda. Yolande è il dubbio che la morte sia in fondo necessaria, è la dimostrazione che il ricordo può esserci solo con la malinconia della perdita.

Questo romanzo è davvero pieno di significati. Affronta un argomento ormai ritenuto quasi tabù nella narrativa, perché non abbastanza leggero, ma non solo: lo fa in modo originale, ribaltando il punto di vista. La morte, bandita, diventa desiderabile; non come volontà suicida, ma come riconoscimento della sua inevitabilità, di quanto faccia parte del nostro essere umani.

Yolande si chiese, con la voce di sua madre: Se un uomo muore e nessuno lo conosce, ha vissuto? Se un uomo vive senza che nessuno lo sappia, può morire?

Si tratta dell’esordio più bello che io abbia mai letto, e come molti bei libri non è, a mio parere, abbastanza conosciuto. Ve ne parlo perché merita di esserlo; se credete che la narrativa contemporanea non sia abbastanza e cercate qualcosa di speciale, non perdetevelo. Ricordiamolo: i bravi autori hanno successo se noi, tra un lamento e l’altro per ciò che viene pubblicato oggi, compriamo i libri belli.

Dunque, datevi una mossa; solo dopo potrete lamentarvi del resto.

In un paradiso terrestre come lo Stato, unico custode della cultura umana in un mondo ormai devastato dalle guerre, la morte è diventata illegale. Paura e dolore sono ridotti ai minimi termini e la tristezza è mal tollerata. Ogni difetto viene eliminato con un colpo di bisturi. Eventuali giovani morti, vittime di incidenti o malattie, tornano in corpi nuovi pieni di ricordi del passato. Yolande, cresciuta dai seguaci di un culto della morte, fatica a inserirsi nel mondo perfetto. Fra ricordi dolorosi e sogni funesti, il suo unico desiderio è quello di sembrare normale. La situazione precipita quando riceve una telefonata inaspettata: Kristof, il suo amato marito, è appena morto.

 

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