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Quando investire in un editing non serve

Sara

In Editing Posted

Mi capita spesso di leggere veri e propri attacchi contro il mio lavoro. A volte vengono da autori delusi da professionisti poco capaci, altre volte addirittura da personaggi di spicco dell’editoria. Una delle argomentazioni, per esempio, è: “ma perché dovrei pagare un editor, se l’editore lavorerà poi sul testo senza chiedermi dei soldi?” Ecco, parliamone. Vi va?

Facciamo finta che tutti gli editori del mondo paghino degli editor per lavorare sui testi in pubblicazione. Purtroppo non è proprio così, ma semplifichiamoci per un attimo la vita e fingiamo. Nel ragionamento, però, c’è un problema: certo, l’editing e la correzione sono un dovere dell’editore, che dovrebbe farsene carico, ma lo farà, se permettete, soltanto con i testi che sceglie.

Uno dei servizi che svolgo per gli editori è la lettura e valutazione dei manoscritti. I criteri da considerare, in questo tipo di attività, sono parecchi e variano in base all’editore in questione (che, pagando, avrà pur diritto a imporre i propri gusti o la propria linea editoriale), ma uno che c’è sempre è la stima di quanto lavoro servirà perché quella storia sia pronta per essere pubblicata. Vi sembra un criterio volgare? Be’, però l’editore dovrà pagare, per quel lavoro, e la parcella dell’editor che passerà due anni sul testo sarà di certo salata.

Non dubito che, là fuori, esistano editori (ricchi di famiglia) volenterosi che intendono allevare i giovani autori, insegnando loro come si fa, guidandoli passo dopo passo; ma questo costa, e sappiamo tutti in che stato sia l’editoria. Avanti, non prendiamoci in giro nel nome dell’amore per le lettere. Lo sapete: l’editore ha bisogno di mangiare come tutti, per quanto ciò possa disgustarvi, e investire nella cura dei testi porta già via un sacco di soldi. Dunque, non stupisce che si tendano a preferire quei testi magari acerbi, ma con un potenziale molto chiaro. Verrà scelto ciò che risulta coerente con la spesa che l’imprenditore pensava di poter sostenere.

Ma in tutto ciò, vi starete chiedendo, cosa c’entra l’editor freelance? Ecco, arrivo al punto.

Posso dire con orgoglio che la bruttezza di un testo non è l’unico motivo per cui mi è capitato di rifiutare un lavoro per un autore; un altro motivo possibile, anche se più raro, è la bellezza. Se ritengo che quel testo sia pronto, che non valga la pena di investire in un editing preliminare perché qualche editore lo pubblicherà di certo anche leggendolo nello stato in cui è, io rifiuto e parlo all’autore degli editori adatti a lui.

Che scandalo, eh? Probabilmente, farò arrabbiare qualcuno. Ma come, l’editing non è sempre obbligatorio? No, non lo è. Mi spiace.

E allora quei poveretti che devono pagarselo di tasca propria cosa sono, dei fessi? Eh no. Riuscire a scrivere un libro “già pronto”, per quanto serva sempre una correzione attenta, non è per niente facile. Anche quando vedo quella bellezza, do per scontato che un editing verrà fatto. Spero di farvi capire la differenza: se penso che basti così per venire scelti, consiglio di non spendere soldi. Altrimenti, consiglio altro. Non mi pare complicato.

A cosa servirà, allora, l’editing del freelance? Ad arrivare a quel punto lì, che permetta di essere al livello della bellezza. Che sia per un’autopubblicazione (e in quel caso, il freelance è indispensabile perché non ci sarà un altro editor pagato da altri), per le proprie memorie o per un romanzo da proporre a un editore, si punta a questo.

Ho già parlato dei casi in cui rifiuto perché quella bellezza non è raggiungibile; spero di aver chiarito anche il motivo per cui rifiuto se invece è già presente. Ditemi voi se sono riuscita a spiegarmi bene, perché sarei lieta di non sentirmi mai più dare dell’approfittatrice di incauti aspiranti. Grazie.

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