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Quando l’editor dice di no

Sara

In Editing Posted

In media, leggo almeno un manoscritto inedito alla settimana. Alcuni li ricevo dagli autori che intendono iniziare a lavorare con me, per un editing o una valutazione; altri arrivano dagli editori con cui collaboro; altri ancora mi vengono mandati senza un perché, con la richiesta di un parere generale. Questo esercizio di lettura, che porto avanti ormai da anni, mi ha permesso di capire che non tutti i manoscritti sono pronti per la revisione.

“Ma come?” dirà l’autore in ascolto, “l’editing non è la salvezza? Non è ciò che devo fare per forza, così poi la mia storia diverrà perfetta?”

Eh no. Aspetta un momento.

L’editing è maieutica: aiuta, cioè, a tirar fuori quel che esiste già, ma era nascosto a causa di inesperienza, errori o altro. Se dentro c’è troppo poco, o peggio ancora nulla, non varrà la pena di investire economicamente in un’attività che porterà comunque a un risultato mediocre.

Con questo non intendo dire che accetto soltanto autori espertissimi e famosi; al contrario, la mia passione sono le piccole perle nascoste. Spesso accetto di lavorare su manoscritti molto acerbi, ma se lo faccio è perché ci vedo qualcosa dentro. Qualcosa che, insieme all’autore, potrei riuscire a far emergere. Capirai, però, che se quel qualcosa non lo vedo… allora son dolori, e chiedendoti dei soldi per un lavoro poco utile ti starei più o meno truffando.

Come spero sia ovvio, le mie scelte si basano sui miei criteri di valutazione. E questi non sono assoluti, perché io non sono infallibile: può anche darsi che, dopo essere stato rifiutato da me, un autore diventi ricco e famoso. Sai già che cose simili sono accadute ai migliori editori; per me, però, è importante essere onesta con te. Se credo che la tua storia non sia pronta, te lo dirò chiaramente. E non perché io sia la voce della verità assoluta, ma perché se non sono la prima a crederci e a sostenerti come autore, il nostro rapporto professionale non andrà lontano. Riesci a capire la differenza?

Dunque, sì, mi capita di rifiutare dei lavori. Lo ripeto: non perché mi senta snob, o perché sono pigra (rifiutando, rinuncio a dei soldi; non ce lo dimentichiamo), ma perché ci tengo a lavorare con autori che stimo. I problemi si possono risolvere, ma un lavoro privo di fiducia, aspettative condivise e onestà non sarà mai un buon lavoro.

Ricevere dei “no” non va considerato un fallimento, ma un invito alla crescita. Se ho rifiutato di lavorare con te, c’è un motivo. Sai qual è? Pensavo tu potessi fare di meglio. Te la sei presa, per quel no? Allora dimostrami cosa sai fare. Dimostrami che posso ripensarci, che hai capito e che sei interessato al miglioramento.

E quando avrai lavorato duramente sulla tua scrittura e sarai pronto, potrai dirmi ridendo: te l’avevo detto.

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