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Il tuo stile

Sara

In Editing Posted

Lavorando con gli autori, mi sono ormai abituata a sentire una serie di repliche a critiche varie. Oggi vi parlerò della replica più gettonata in assoluto, che ho deciso di chiamare “la sindrome del Ma Camilleri lo fa”.

Partiamo da un presupposto, forse difficile da comprendere ma, vi assicuro, molto vero: un editor non prova piacere fisico nel proporvi delle modifiche. Se venissi pagata per leggere un testo perfetto, in cui nulla va toccato, vi giuro che sarei molto felice. Sul serio. Ci impiegherei poco tempo e non dovrei faticare. Pensate davvero che mi dispiacerebbe?

Perciò, capirete che ogni proposta ha un motivo. Certo, mi farebbe piacere non dover fare alcuno sforzo, però bisogna dire che se venissi pagata per poi non segnalare un tubo… insomma, non sarebbe proprio carino, giusto? Ecco. Riassumendo, possiamo dire che un editor vi segnala quel che va segnalato, perché gli interessa fare il suo lavoro e meritare la pagnotta.

Se vi viene detto che state usando un verbo intransitivo come se fosse transitivo, non è perché l’essere grammar-nazi va di moda, ma per evitare che poi i lettori vi ridano dietro. Eppure, visto che parliamo di narrativa, il vostro “stile” è sempre in agguato. Siate sinceri: quante volte avete difeso un palese errore, insistendo sul fatto che fa parte del vostro stile? E certo, nessuno vi obbliga a rispettare la grammatica. Le regole, però, esistono per facilitare la comunicazione e non per offendervi personalmente.

Esistono autori che le hanno aggirate, queste regole. Penso a Saramago e ai suoi dialoghi, per esempio. Si tratta di autori abili; potremmo non essere d’accordo sul valore dei loro scritti, ma noi siamo diversi: non abbiamo ancora un nome, nessuno crede che potremmo davvero venir definiti “scrittori” e il primo obiettivo è la costruzione di credibilità. Nonostante questo discorso svaluti l’arte, le Muse e il vostro sacro stile personale, un editor ha sempre il dovere di avvertirvi. La scelta è vostra: potete uscire il cane, se ci tenete, ma rimane un errore.

La tipica risposta a ciò, e arriva sempre puntuale, devo dire, è: ma Camilleri lo fa. Può non essere proprio Camilleri: a volte è persino Dante, o Petrarca, o un autore sconosciuto che ha scritto un testo nel 1237, carteggio custodito dall’autore nel garage, in modo da poterlo fotografare se serve. Ovvio: qualcuno, nell’universo, dall’inizio dei tempi, avrà magari fatto lo stesso errore. E tra questi, qualcuno sarà pure stato così bravo da farlo “bene”, tanto da stimolare addirittura un cambiamento nella lingua, o da venire apprezzato proprio per la sua particolarità. Ma noi siamo sicuri di essere bravi altrettanto?

Gli autori non possono saperlo; ma se volete evitare che il vostro editor alzi gli occhi al cielo, nel momento in cui fate la scansione del documento preistorico in cui qualcuno ha uscito un cane, fermatevi.

Il vostro stile va difeso con i denti e su questo siamo d’accordo. Lo ripeto: se ne avete uno, e se è valido, io starò comoda e sarò felice. Se però vi faccio notare che non esiste motivo alcuno per uscire un cane, pensateci. Al di là di quel che Camilleri può o non può fare.

E se invece un motivo c’è, e il problema è che non ci siamo capiti, spiegatelo. Con calma. Senza esempi dal passato, perché è del vostro, di stile, che stiamo parlando.